Luigi Pirandello: una guida per principianti

Luigi Pirandello: una guida per principianti

Buffo! Studiamo Pirandello (soprattutto alle scuole superiori) per il suo romanzo Il fu Mattia Pascal, oppure, per la sua filosofia ispirata alla psicoanalisi. Tuttavia, come è noto, Luigi Pirandello era soprattutto un uomo di teatro: uno dei più grandi drammaturghi (e registi) del Novecento! E proprio del Teatro di Pirandello non si parla! Infatti, se anche tu sai poco e nulla del teatro di Pirandello, e desideri conoscere di più della sua produzione teatrale … sei nel posto giusto! Benvenuto nella nuova “Guida per principianti” agli autori di teatro di DiverTeatro! Oggi parleremo di Luigi Pirandello e della sua produzione teatrale!

La vita di Pirandello prima del teatro

Luigi Pirandello nasce ad Agrigento nel 1867 da una benestante famiglia borghese. Il padre era il proprietario di una miniera di zolfo . Nel 1866 Pirandello lascerà la Sicilia per studiare a Roma. Anche se vivrà a Roma per il resto della sua vita (alternando la Capitale con qualche “fuga” in Germania),  Pirandello resterà sempre profondamente legato alla sua terra d’origine.

Nel 1892  inizia a scrivere su diverse riviste, tra cui alcune fondate da lui stesso, ma non guadagna molto. Il padre, stanco di mantenerlo con i suoi assegni mensili, gli combina così un matrimonio con Maria Antonietta Portulano. Lei è una donna molta ricca, la cui dote permetterà a Pirandello di trasferirsi stabilmente a Roma. Nonostante il matrimonio combinato, tra i due nascerà un profondo sentimento d’amore, che porterà alla nascita dei loro figli: Stefano, Lietta e Fausto Calogero. Maria Antonietta, tuttavia, ha un serio problema: è profondamente gelosa del marito. Ancora non sanno che la gelosia di Maria Antonietta è uno dei sintomi di una malattia mentale.

Nel 1904, nel frattempo, pubblica Il fu Mattia Pascal, il primo successo di Pirandello. Tuttavia, con lo scoppio della Grande Guerra e l’arruolamento del figlio Stefano, che per giunta viene anche fatto prigioniero dagli austriaci, le condizioni di Maria Antonietta si aggravano. In questo periodo, Maria Antonietta aggredisce ogni donna che si avvicini al marito, fino ad aggredire perfino la figlia: questo episodio tragico, molti anni dopo, verrà ripreso, chiaramente cambiandone le premesse, in Sei personaggi in cerca d’autore, quando il personaggio della Madre coglierà la Figliastra assieme al Padre in atteggiamenti equivoci.

Nel 1919 Pirandello fa ricoverare la moglie in manicomio. La malattia mentale della moglie fa interessare Pirandello agli studi sulla psicanalisi di Freud: studi che saranno fondamentali per la sua produzione letteraria, sia teatrale che non. Sulla scia di questi sudi, Pirandello scrisse L’umorismo Uno, nessuno e centomila.

La filosofia di Pirandello spiegata in due opere

  • L’umorismo. Pirandello non definiva “comiche” le sue opere, ma umoristiche. La differenza tra comico e umoristico non sta nel tipo di situazioni presentate, ma nel far percepire allo spettatore “il sentimento del contrario”. Significa, che una situazione comica può non farci ridere nel momento in cui prendiamo coscienza dell’evento tragico che l’ha scatenata. L’esempio che fa Pirandello è quello di una donna anziana che si veste come una giovane: è una situazione comica se uno avverte che la donna è vestita in modo inappropriato alla sua età, ma non lo è più se si pensa alle ragioni per cui la donna intraprende quella scelta.
  • Uno, nessuno e centomila. La teoria della maschera nuda è una teoria psicanalitica di Pirandello, che tuttavia Pirandello usa per le sue opere teatrali e per caratterizzare i propri personaggi.  Nel romanzo Uno, nessuno e centomila, Pirandello ci dimostra questa teoria seguendo le vicende del protagonista, Vitangelo Moscarda; un uomo ordinario che vive di rendita, ma che un bel giorno realizza che il suo naso “pende leggermente verso destra”. Secondo Pirandello, ognuno di noi è uno, ma le maschere che noi dobbiamo portare nella società sono centomila, e tutte diverse. Ogni maschera risulta appropriata a un determinato contesto sociale, e totalmente inappropriata per un secondo contesto. Tutte le maschere,  tranne la maschera nuda: se un individuo può essere chiunque, può essere tutti, e perciò non è nessuno.

L’inizio dell’attività teatrale

Per vedere un’opera di Luigi Pirandello a teatro, dobbiamo aspettare il 9 dicembre 1910.
La Compagnia di Teatro Minimo di Nino Martoglio porta in scena, in quella data, due atti unici di Pirandello al Teatro Metastasio. Lumie di Sicilia La morsa. Il primo è l’adattamento di una novella pubblicata da Pirandello nello stesso anno, il secondo viene definito come un «epilogo in un atto», che invece era stata pubblicata nel 1898 sulla rivista Ariel. Grazie all’aiuto di Martoglio, Pirandello prese contatto con l’attore Angelo Musco e nel luglio del 1915 portò in scena Lumie di Sicilia in dialetto siciliano. Pirandello tradusse il dramma personalmente. Lo spettacolo andò in scena al Teatro Pacini di Catania, e fu un successo clamoroso dal punti di vista sia della critica che del pubblico.

Musco e Pirandello collaborarono insieme per un altro spettacolo sempre in dialetto siciliano: Liolà, che andò in scena però a Roma. I due ebbero dei gravi dissensi sulla messinscena, però, e il loro rapporto lavorativo terminò immediatamente dopo il debutto della commedia nel 1916.
Solo nel 1922 Pirandello deciderà di dedicarsi esclusivamente al teatro e nel 1924 fonda una Compagnia di cui lui è il capocomico: il Teatro d’Arte di Roma.

Il Teatro d’Arte di Roma

Attorno all’esperienza del Teatro d’Arte diretto da Pirandello, vorticano alcuni nomi cruciali. Il primo, quello di Stefano Pirandello (che diventerà Stefano Landi), il primogenito di Pirandello che rivestirà un ruolo cardine nella fondazione della compagnia, per poi cercarvi un distacco quando capirà che il padre intenderà assumere totalmente la direzione del Teatro d’Arte, oltre che il capocomicato. Il secondo, quello di Marta Abba, prima attrice della compagnia e prima musa ispiratrice di Luigi Pirandello, ad oggi considerata la massima interprete del teatro pirandelliano. Il terzo, Guido Salvini, un regista e scenografo che collaborò alla messinscena di alcune delle opere più rivoluzionarie del teatro di Pirandello: Sei personaggi in cerca d’autore Questa sera si recita a soggetto.

La compagnia sopravvisse fino al 1928. Differiva nel suo funzionamento dalle Compagnie in auge perché era sia un’impresa stabile (avevano sede al Teatro Odescalchi di Roma) sia nomade (fecero una lunga tournée in America, America latina e perfino in Russia).

Tre spettacoli del Teatro d’Arte

  • Sagra del Signore della Nave. Lo spettacolo di debutto della Compagnia. Si tratta della trasposizione in dramma di una novella di Pirandello. Per il tempo, la quarta parete tra platea e palco era netta e inscindibile. Pirandello ruppe quella convenzione, e unì platea e scena durante la scena iniziale, che rappresentava una festa di paese.
  • Sei personaggi in cerca d’autore. Opera metafisica, allegorica, di teatro nel teatro. L’opera racconta dell’arrivo in teatro, interrompendo le prove e l’allestimento dello spettacolo, di sei personaggi che, puri e carichi di verità, domandano di essere rappresentati. Presto, però, l’ideale della letteratura cozza con la materialità della scena, e il Capocomico capisce che la tragedia di quei personaggi non può essere rappresentata. Lo spettacolo venne fischiato aspramente dal pubblico, la sera del debutto, che gettò monetine sul palco in segno di protesta.
  • Questa sera si recita a soggetto. Anche se in realtà lo spettacolo debutterà dopo la fine del capocomicato di Pirandello nel Teatro dell’Arte, è un’opera che Pirandello aveva scritto durante quel periodo. Si tratta di una novità assoluta: prima di allora mettere in scena una novella voleva dire riscriverla in forma di dramma oppure improvvisare a soggetto. Luigi Pirandello riscrive il processo di messinscena a soggetto di una sua novella, rivelando così il ruolo centrale della figura novecentesca del regista.

Dopo il Teatro d’Arte

Conclusa l’esperienza del Teatro dell’Arte, Pirandello continuerà a fare teatro, e fonderà con Marta Abba la Compagnia Pirandello.
Il regime fascista gli causerà croci e delizie: Mussolini inserisce Pirandello nel pantheon di intellettuali e artisti italiani che serviranno a creare un orgoglio nazionale comune. In quello stesso periodo, Pirandello vince il Premio Nobel. Tuttavia, la censura fascista causò diversi problemi al drammaturgo agrigentino, che vide molte delle sue opere ritirate dalle scene o totalmente revisionate perché non perfettamente in linea con gli ideali del regime. In più, il mancato finanziamento dello Stato al Teatro Odescalchi sarà la principale causa della sua chiusura.

Morirà nel 1936 a Roma a causa di una polmonite presa a Cinecittà, sul set del film sul suo romanzo Il fu Mattia Pascal. Pirandello muore lasciando incompleta la sua ultima opera: I giganti della montagna. Nel suo testamento, rifiuterà i funerali di Stato: una tappa obbligata per ciascun intellettuale insignito del merito di entrare nel pantheon fascista. La decisione di farsi cremare confermerà la sua volontà di non diventare un martire del fascismo. La sua volontà naturalmente fu rispettata, ma ai giornali fu vietato di pubblicare elogi funebri a lui dedicati: i media comunicarono la morte di Luigi Pirandello come se fosse un mero fatto di cronaca.

Solo dopo la guerra, le ceneri di Pirandello vennero riportate in Sicilia. Ciò avvenne grazie all’intercessione dello scrittore siciliano Andrea Camilleri, che oltre ad essere l’autore dei libri sul Commissario Montalbano, era anche un regista e un uomo di teatro. Con il suo gesto, Camilleri rese infatti omaggio non solo a un grande uomo di teatro, ma anche a un suo conterraneo che aveva fatto, in vita, la storia del teatro del Novecento.

Fasi del Teatro Pirandelliano

  • Fase Prima – teatro dialettale. Dopo essersi laureato con una tesi sul Siciliano, Pirandello scrive alcune opere completamente in dialetto allo scopo di cogliere il profondo realismo della sua terra natia e dei suoi abitanti, e riuscì a portarle in scena grazie alla collaborazione con il primattore Angelo Musco. Alcuni titoli: Lumie di Sicilia, La morsa, Liolà.
  • Fase Seconda – teatro umoristico. Si tratta della fase del teatro di Pirandello in cui sviluppa la sua teoria sull’umorismo. Dal realismo con cui rappresenta la povertà della Sicilia, Pirandello inizia a occuparsi del decadentismo borghese. Le sue opere umoristiche si connotano di una ricercata sfaccettatura grottesca e un’essenzialità scenica estranea fino a quel momento e che intendono diversificare il genere pirandelliano dal comune dramma borghese. Alcuni titoli: Così è (se vi pare), Il berretto a Sonagli, Il giuoco delle parti.
  • Fase Terza – teatro nel teatro. Pirandello sperimenta questo genere soprattutto nel periodo del Teatro d’Arte. Si tratta di un tipo di teatro che usa lo spazio teatrale nella sua totalità, senza fermarsi alla scena: gli attori agiscono nel foyer, nella platea, dietro le quinte, fin fuori alla strada davanti all’ingresso del teatro. Anche il ruolo dello spettatore viene riposizionato in modo da non relegarsi alla frontalità della platea. Questo perché questo tipo di teatro indaga la natura stessa del teatro: il luogo dove può palesarsi, tramite rappresentazione, la teoria della maschera nuda. (Per un approfondimento, leggi sul blog di Diverteatro l’articolo sul Metateatro) Alcuni titoli sono: Sei personaggi in cerca d’autore, Questa sera di recita a soggetto e Ciascuno a suo modo.
  • Fase Quarta – teatro dei miti. Nell’ultima fase della sua vita, Pirandello si interessa al teatro dei miti. La sua ultima opera, I giganti della montagna, fa parte proprio di questa categoria. Pirandello scrisse solo i primi due atti dell’opera, ma raccontò, in punto di morte, al figlio Stefano Landi come sarebbe dovuto andare a finire il terzo. Landi, dopo la morte del padre, scrisse una versione romanzata del terzo atto dell’opera. Tuttavia, oggi si sceglie sempre, per una rappresentazione de I giganti della montagna, la versione in due atti: preferendola nel modo in cui ce la lasciò Luigi Pirandello.

 

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Eduardo De Filippo: una guida per principianti

Eduardo De Filippo: una guida per principianti

“Uffa, ma come fai a non conoscere Eduardo De Filippo!”. Se anche tu ti sei sentito dire almeno una volta questa frase da qualcuno: non temere! Sei ancora in tempo per rimediare, e la buona notizia è che sei nel posto giusto! Benvenuto a “Eduardo De Filippo: una guida per principianti!”, dove ti verrà spiegato in breve tutto quello che devi sapere su uno dei più grandi autori teatrali italiani del Novecento!

Chi era Eduardo De Filippo?

Eduardo De Filippo è stato un famoso drammaturgo, attore e regista italiano. De Filippo è uno dei più grandi autori della commedia italiana del XX secolo. Ha scritto oltre 40 commedie e lavorato in teatro, cinema e televisione. Tutte le sue opere sono ambientate nella città e nei quartieri di Napoli, in italiano e in dialetto napoletano. Eduardo De Filippo è uno dei principali nomi del pantheon degli autori teatrali più apprezzati al mondo.

Breve biografia

  • Gli inizi

Nato il 24 maggio 1900 a Napoli, era un figlio d’arte “illegittimo” nato dall’unione dell’attore Eduardo Scarpetta e la sarta teatrale Luisa De Filippo. Infatti, Eduardo prenderà il cognome della madre e non del padre. Insieme ai fratelli, Titina e Peppino, Eduardo inizia a recitare nella compagnia del padre diretta, dalla morte di Scarpetta, dal suo primogenito legittimo, Vincenzo Scarpetta.  Nonostante la Compagnia proponesse principalmente un repertorio sulle opere di Scarpetta, in quel periodo, Vincenzo si accorse presto delle doti di scrittura del fratellastro Eduardo. Gli consentì quindi di mettere in scena la prima opera scritta da lui: Farmacia di turno.

  • Il successo

Nel 1927 i tre De Filippo decideranno di divorziare dalla Compagnia Scarpetta per mettersi “in proprio”. Solo dopo diversi esperimenti riusciranno, a tutti gli effetti, a fondare una compagnia autonoma. La “Compagnia di Teatro Umoristico i De Filippo” debutta nel 1931 con Natale in Casa Cupiello, forse l’opera più famosa di Eduardo, al teatro Kursaal. Nel 1932 Eduardo esordisce al cinema con il film Tre uomini in frak. Da lì “I De Filippo” vennero scritturati per la stagione del Teatro Sannazzario (al tempo, il teatro più importante di Napoli), dando la possibilità di sviluppare e mostrare al pubblico un repertorio di opere scritte dalla penna dei De Filippo, ma soprattutto da Eduardo.

  • Il San Ferdinando

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1948, Eduardo acquistò il Teatro San Ferdinando che era stato distrutto dai bombardamenti e lo ricostruì: oggi è gestito dal Teatro Stabile di Napoli. Nello stesso periodo, Eduardo litiga con il fratello, Peppino De Filippo, il quale verrà cacciato dalla compagnia e perseguirà una carriera autonoma (avrete sicuramente sentito parlare del suo sodalizio con Totò). Quello stesso anno, in compenso, nasce anche suo figlio: Luca De Filippo. Nel periodo in cui assume la direzione del San Ferdinando, Eduardo scrive e mette in scena alcune delle opere più famose del suo repertorio. Una di queste, Filumena Marturano, che ispirerà il film di Vittorio De Sica, Matrimonio all’italiana.

  • Il cinema, la televisione

Negli anni ’60 Eduardo vende il San Ferdinando al Piccolo di Milano e, dopo una lunghissima tournée in Unione Sovietica, decide di dedicarsi al cinema come regista, attore e sceneggiatore. Dopo il suo ultimo film Spara forte… più forte, non ti sento! nel 1966, si dedica alla televisione, dove propone le sue ultime commedie teatrali registrate in presa diretta o in versione filmica. Muore nel 1984, dopo aver interpretato il suo ultimo ruolo: il maestro nello sceneggiato Cuore, ispirato al libro di De Amicis.

 

Perché sono importanti le commedie di Eduardo?

  • La lingua: Eduardo De Filippo, sulla scia del lavoro del padre, ha fatto resuscitare il genere della commedia dialettale napoletana. Rispetto a Scarpetta, De Filippo però fece un passo in più: ricodificò la lingua napoletana, fondendola con l’italiano, e rendendola così una parlata universale e comprensibile a tutti. Esiste oggi una “grammatica ufficiale” del dialetto napoletano moderno che si basa sulle opere teatrali scritte da Eduardo.
  • Lo stile di recitazione: Sebbene le commedie di De Filippo siano bellissime anche solo da leggere, non si può valutare il lavoro di Eduardo come autore teatrale senza conoscere il suo lavoro come attore. Eduardo ha studiato il lavoro dei Comici dell’Arte, da cui trae la sua ispirazione e le sue interpretazioni (a volte anche andando contro a quello che scrivevano certi studiosi di storia del teatro).
  • Le tematiche: Eduardo apre la casa delle famiglie napoletane, e i suoi concittadini si sentono finalmente rappresentati in tutta Italia e all’estero da un degno conoscitore della natura umana. Eduardo contribuisce a portare, insieme a Totò, in quegli anni, il Meridione in televisione, mettendo in luce tematiche anche difficili come la malavita (Il Sindaco del Rione Sanità), l’immigrazione dei giovani all’estero (Mia famiglia), la prostituzione (Filumena Marturano), il dramma del lavoro minorile e la disoccupazione (Peppino Girella).
  • L’impegno politico: Così come non si può prescindere il lavoro di scrittore con quello di attore, non possiamo considerare anche l’opera politica di Eduardo quando leggiamo le sue opere. Eduardo lottò per un teatro stabile a Napoli, affinché anche Napoli avesse un teatro pubblico. Infatti, le opere di Eduardo De Filippo parlano a tutti, e hanno volutamente una dimensione universale e pubblica.
  • L’umorismo: Eduardo, sulla scia di Pirandello, si definisce un autore “umoristico”. Non comico, né farsesco. Questo perché è consapevole che lo spirito allegro e apparentemente comico napoletano nasce e scaturisce da una dimensione sociale estremamente tragica, spesso dovuto alla povertà o alla frustrazione familiare.

Le Opere

A seguito, ho selezionato per i lettori di “Eduardo De Filippo: una guida per principianti”, tra le sue +40 commedie teatrali, due titoli con riassunto annesso, per invogliarvi magari a leggerle e guardarle.

  • Natale in Casa Cupiello: L’opera parla di un pranzo di Natale durante il quale si consumerà una tragedia familiare, dovuta all’infedeltà della figlia sposata a un uomo ricco che però non l’ama. La notizia dell’infedeltà della figlia irrompe e sconvolge la vita di Luca Cupiello, anziano, vecchio e ingenuo padre di famiglia che vive in un universo fatto di tradizioni fanciullesche, come la cura del presepe. Questi. infatti, dopo aver realizzato la cosa, si ammalerà gravemente.
  • Filumena Marturano: Una prostituta conduce con l’inganno un ricco cliente, Domenico Soriano, al matrimonio per potersi permettere i soldi necessari per mantenere i tre figli avuti da tre diversi clienti, e cresciuti in segreto fino ad allora. Per disincentivare Soriano all’idea di divorziare, rivelerà che uno di questi (non dirà però chi dei tre) è anche figlio suo.

Curiosità

  • Eduardo e Peppino non si riconciliarono mai ufficialmente dopo il litigio (avvenuto, si dice, perché Eduardo non confermò un ruolo a Lidia Martora, la fidanzata di Peppino). Solo quando Peppino fu in punto di morte, Eduardo fu convinto dal nipote e figlio di Peppino, Luigi De Filippo, ad andare a trovarlo al capezzale. Quando Peppino morì, Eduardo non partecipò al funerale. Disse in un discorso pubblico, al Teatro Duse di Bologna: “Mi manca come amico, come compagno, ma non mi manca come fratello”
  • Pur non avendo mai frequentato l’università, Eduardo ottenne ben due lauree honoris causa e insegnò per 4 anni Drammaturgia all’Università La Sapienza di Roma.
  • Per il suo impegno politico, Eduardo venne dichiarato Senatore a vita
  • Venne proposto per il Premio Nobel per la Letteratura, ma non vinse
  • Eduardo definì Natale in Casa Cupiello un “parto trigemio con una gravidanza di quattro anni”, per indicare il lungo concepimento e la rapida stesura della commedia, avvenuta in pochi giorni.
  • Era grande amico di Totò, che conobbe durante i suoi primi anni di gavetta attoriale
  • Oltre a moltissime commedie, ha scritto diversi saggi sul teatro e scritto diverse raccolte di poesie (alcune di queste, pubblicate post mortem).

 

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Anton Čechov: una guida per principianti

Anton Čechov: una guida per principianti

Anton Pavlovich Čechov, celebre drammaturgo e scrittore russo del XIX secolo, è noto soprattutto per le sue opere teatrali, che hanno influenzato profondamente la storia de teatro mondiale. Se anche tu, quando hai sentito parlare di “Zio Vanja”, credevi che fosse davvero lo zio di qualcuno, o quando hai letto per la prima volta “Platonov” hai pensato a un albero, congratulazioni, sei nel posto giusto! In questa guida per principianti ad Anton Čechov esploreremo la vita, le opere e l’eredità duratura di questo iconico autore.

Chi era Anton Čechov?

Anton Čechov è nato il 29 gennaio 1860 nella città portuale di Taganrog, nella Russia meridionale. È cresciuto in una famiglia modesta e molto, molto religiosa, e ha iniziato a scrivere racconti brevi fin da giovane. Dopo aver studiato medicina all’Università di Mosca, ha iniziato a lavorare come medico, ma ha continuato a perseguire la sua passione per la scrittura. In particolare, si dedicò al teatro e alla scrittura di drammi e commedie.

Le Opere di Čechov

L’opera letteraria di Čechov può essere suddivisa in racconti brevi opere teatrali. 

I racconti brevi

Čechov scrisse circa 650 racconti, di cui solo 240 furono scelti per essere ripubblicati dall’autore in una collana di diversi volumi. Di tutti questi racconti, invece, questa Guida per principianti su Anton Čechov ne ne ha selezionati solo tre (prego, non c’è di che!):

  1. La steppa: il protagonista, un bambino di 9 anni, descrive la steppa ucraina che sta attraversando insieme allo zio e a un prete per raggiungere il paese dove si trova la sua scuola e le sensazioni che gli suscita la vista del paesaggio.
  2. Il reparto n. 6: uno dei racconti dove si incontrano il Čechov scrittore e il Čechov medico; narra del reparto n.6 di un ospedale di provincia, dove sono ricoverati i pazienti psichiatrici e ne denuncia i maltrattamenti da parte del guardiano.
  3. La signora con il cagnolino: è una storia d’amore adulterino tra un banchiere moscovita e una donna con un cane. Il racconto è così famoso che a Jalta, città costiera della Crimea dove è ambientato il racconto, hanno creato una scultura che raffigura i due protagonisti del racconto… e anche il cagnolino, naturalmente.

Teatro

  1. I drammi.

    I drammi teatrali di Čechov sono considerate tra le più importanti della storia del teatro. Opere come Il gabbiano, Zio Vanja Il Giardino dei Ciliegi sono ammirate per la loro profondità psicologica e il loro realismo. Ma cosa vuol dire “profondità psicologica” e cosa vuol dire “realismo”?
    Per fare un esempio: in ambiente teatrale, si dice che la battuta più difficile da recitare di tutta la drammaturgia mondiale non sia “Essere o non essere?” dall’Amleto, ma la battuta da Le tre sorelle di Čechov che conclude il secondo atto:

    IRINA (rimasta sola, in preda alla disperazione): A Mosca! A Mosca! A Mosca!

    Sipario.

    Non sembra né una battuta difficile da ricordare, né eccessivamente complicata da recitare. Perché allora viene considerata la più difficile della drammaturgia mondiale?
    Questo per via della didascalia, che suggerisce un sottotesto piuttosto complesso. L’attrice che interpreta Irina deve lavorare sull’immedesimazione non solo del personaggio, ma una situazione psicologica che non è autodescrittiva: lei non dice “sono in preda alla disperazione”, ma pronuncia ciò che la disperazione la porta a dire, cioè: “A Mosca!”. Un’esclamazione inusuale (non esattamente la prima cosa che diremmo in preda alla disperazione, se ci pensate), ma che per il personaggio di Irina, in quel preciso istante, ha senso: un senso che, per amor di realismo, va compreso assolutamente. Se non si comprende il senso di quel “A Mosca!”, il rischio è che la battuta risulti totalmente fuori luogo e tutto il secondo atto dell’opera vada “buttato via” (come si dice in gergo teatrale). Serve dunque un’attrice non solo brava, ma capace di provare empatia verso un personaggio psicologicamente sfaccettato e complesso che sta attraversando una situazione complicata.

  2. Gli scherzi:

    Čechov sperimenta nuove strutture drammatiche, come l’atto unico o il monologo (I danni del Tabacco anticipa di cent’anni i famosi one man show).  Vennero chiamati “scherzi” perché, in un’epoca in cui il pubblico era abituato a opere teatrali in cinque atti che duravano anche sei ore, Čechov portava in teatro trame comiche esilaranti condensate in un solo atto, e che si risolvevano in mezz’ora pur restando, qualitativamente parlando, perfette. Inizialmente però non furono presi sul serio: erano considerati testi “bizzarri”, “sopra le righe”, per questo vennero definiti “scherzi”.
    Oggi gli atti unici L’Orso e Una domanda di matrimonio sono tra i più rappresentati del repertorio di Čechov.

 

Caratteristiche delle Opere di Čechov

  • Realismo Psicologico: Čechov era maestro nel ritrarre la complessità della psiche umana e le relazioni interpersonali con grande realismo. Vedi: Le Tre Sorelle nel paragrafo precedente.
  • Umorismo Sottile: Le opere di Čechov spesso mescolano dramma e commedia, con un umorismo sottile che illumina le tensioni e le contraddizioni della vita quotidiana. Un esempio concreto si trova negli Atti Unici, appunto, ma in realtà anche in diversi drammi, come ad indicare che non esiste tragedia senza il riso.
  • Critica Sociale: Molte delle opere di Čechov contengono una critica implicita della società russa del suo tempo, esaminando le disuguaglianze sociali e le ingiustizie. Ne abbiamo accennato, in questa Guida per principianti su Anton Čechov, parlando della trama del racconto Il reparto n.6. Tuttavia, questa tematica è presente anche nella sua produzione teatrale, anche se spesso in modo più sottile.

 

L’Eredità di Čechov

Anche se Anton Čechov morì abbastanza giovane, all’età di soli 44 anni, il suo impatto sulla letteratura mondiale è stato enorme. Le sue opere continuano a essere studiate, adattate e rappresentate in tutto il mondo. La sua capacità di catturare la complessità dell’esperienza umana lo rende un autore senza tempo, le cui opere continuano a ispirare e a emozionare i lettori di ogni epoca. Inoltre,  Čechov, come abbiamo visto, fu uno dei primi autori a valorizzare il sottotesto e l’uso della didascalia all’interno dei suoi drammi: scelte che influenzeranno tutta la letteratura teatrale del Novecento.
Non è un caso che le opere di Čechov siano state messe in scena da Stanislavskij e il Teatro d’Arte di Mosca già negli anni in cui Čechov era ancora vivo. E, sempre non a caso, i drammi di Čechov contribuirono alla teorizzazione del nuovo sistema teatrale stanislavskjiano, facendoli rientrare una volta per tutte nelle pietre miliari della drammaturgia mondiale.

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